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domenica 18 marzo 2012

George Clooney chiede ai guerrafondai 'umanitari' di salvare il Sudan

Aaron Dykes
Prison Planet

Abbiamo a che fare con l'epoca della guerra in nome della pace. La Dottrina della Responsabilità di Proteggere (discussa di seguito) è un deliberato appello alla  guerra preventiva. Questo problema è stato attentamente creato dalle stesse persone maggiormente responsabili per la guerra in Libia, che ha contribuito a mettere al Qaeda al potere e ha portato ad un genocidio dei neri e alla pulizia etnica. E' ora che ci rendiamo conto dell'agenda nascosta dietro le crisi "umanitarie"  orchestrate ad arte.

Samantha Power, aiutante di Obama, ha sollecitato un'azione in Libia
I ribelli libici accusati di "pulizia etnica" Genocidio Nero
Libia: l'Occidente e al-Qaeda dalla stessa parte
Ron Paul ha detto che la no-fly zone sulla Libia è un 'atto di guerra'

L'attore George Clooney presta il suo volto celebre per mettere in luce la crisi in Sudan, aggiungendo un’altra copertura alle richieste "umanitarie" per un intervento in Africa, in coincidenza con l'esperimento sociale KONY 2012 per inviare le truppe in Uganda. Clooney ha appena finito di mettere in scena un arresto davanti all'ambasciata sudanese.

Guardando dietro questa propaganda strappalacrime, è estremamente significativo che il compagno di corsa di Clooney in questa missione sudanese è John Prendergast, che non è solo un "attivista per i diritti umani", come capo della ONG Enough Project, ma è anche un ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale e Dipartimento di Stato. E’ stato assistente dell'attuale ambasciatore alle Nazioni Unite Susan Rice, compagno di letto dell'attuale 'addetta ai diritti umani' del National Security Council  Samantha Power e membro dell' International Crisis Group, guidato da George Soros e Zbigniew Brzezinski.

martedì 21 febbraio 2012

Sudan: la guerra dei ricchi nel Paese dei poveri

di Pietro Crippa
La Voce di NO MAS

sud_sat-246x300A poco più di otto mesi dalla separazione, il Sudan e il Sud Sudan continuano a vivere in una situazione di tensione.

Con la secessione del Sud lo stato settentrionale si è ritrovato privato di tre quarti della sua produzione petrolifera, circa 350.000 barili al giorno, per un valore stimato in 3,2 miliardi di dollari. Il greggio sud-sudanese, tuttavia viaggia verso la costa attraverso i pipeline che si sviluppano nei territori del Sudan. Un accordo sui guadagni del petrolio è dunque essenziale per rendere possibile una pace tra il regime islamico di Khartoum e il Sud Sudan cristiano/animista.

Ma per far passare il petrolio dal suo territorio il Sudan pretende dal Sud Sudan una tassa superiore alle tariffe internazionali e molto di più del dollaro a barile che Juba è disposta a pagare. I sud-sudanesi, da parte loro, accusano i loro nemici settentrionali di aver recentemente “rubato” 815 milioni dollari di greggio. Per questo motivo, a gennaio il governo ha preso la drastica decisione di bloccare la produzione dell’oro nero, come ritorsione contro gli attacchi sudanesi alle sue frontiere. Il Sudan si è trovato così senza le entrare delle tasse di transito del petrolio. La produzione del greggio, fa sapere il Sud, riprenderà solo dopo che il maltolto verrà restituito anche se il Sudan ribatte di aver confiscato il greggio come “pagamenti in natura” per le tasse di transito non pagate.