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venerdì 24 febbraio 2012

Meglio un mafioso alla porta che un lavoratore in fabbrica

articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com

criminalità

Emma Marcegaglia dice che se gli imprenditori stranieri non investono in Italia è perché non possono licenziare i fannulloni e gli assenteisti cronici. E' vero e io posso dimostrarvelo.

Facciamo un caso concreto. L’imprenditore-tipo cui si riferisce la presidente di Confindustria si prepara a partire ma, giusto un attimo prima, realizza che forse è bene informarsi sul paese nel quale vuole aprire un’impresa. Allora legge il libro di Nunzia Penelope, Soldi Rubati, e si accorge che il nostro paese brucia ogni anno circa 450 miliardi di euro tra corruzione, evasione fiscale, lavoro in nero ed economia sommersa. Non convinto – che sia un libro fazioso? - cerca altre notizie su Google e scopre che 50 imprese all’ora (quasi uno al minuto) subiscono rapine, furti, atti vandalici. Un quinto degli imprenditori. Perlopiù si tratta di richieste di pizzo o di tangenti per le gare d’appalto. Il giro d’affari annuo legato all’usura è stimato in 20 miliardi di euro per circa 200 mila esercizi commerciali interessati. E nel 44% dei casi, per un reato del genere, la sentenza di primo grado non arriva prima di quattro anni.

Di fronte a questi numeri l’imprenditore straniero tentenna ma non desiste: si chiede allora quale sia la banca italiana con maggior liquidità cui poter chiedere più agevolmente un mutuo. Nel rapporto annuale di SOS IMPRESA, legge: “La più grande banca italiana è virtuale: si chiama mafia. Da sola, ogni anno, può contare su una liquidità di 65 miliardi, al netto delle spese per l’acquisto delle materie prime, i servizi, il personale, la latitanza e gli imprevisti che hanno una propria voce negli accantonamenti di bilancio”. La criminalità organizzata governa il mercato italiano e concorre a formare un indebitamento medio per impresa di circa 180 mila euro, cresciuto del 93% negli ultimi dieci anni.